Un vulcano di nome Elisa - Growell
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Un vulcano di nome Elisa

Un vulcano di nome Elisa

In molti anni di attività, come amministratore e direttore creativo d’agenzia, ho avuto modo di lavorare con creativi di ogni sorta: grafici, video maker, sound designer, illustratori, fotografi e fumettisti, ma ho sempre avuto difficoltà a trovare bravi copy writer capaci di scrivere di getto testi non banali e di creare un connubio incisivo con i visual forniti. Questo mi ha costretto di fatto ad assumere il doppio ruolo di art e copy per molti anni. Oggi, grazie all’inbound marketing, il contenuto è tornato a essere centrale nella comunicazione e quindi servono più che mai figure che sappiano raccontare in modo coinvolgente marche, prodotti e servizi attraverso i nuovi media. Questo ha generato, per ovvie ragioni di domanda-offerta, nuovi profili a cavallo tra giornalisti, copy tradizionali e quelli che io chiamo con affetto scribacchini digitali: blogger, web writer, social media manager e chi più ne ha più ne metta. Per essere un copy puro però, devi avere il fattore X, quello che ti permette di aggredire il foglio bianco con la voracità di chi si nutre di parole, carta e inchiostro dalla mattina alla sera. A questo punto per Growell l’incontro con Elisa Bianchedi è stato dirompente quanto casuale e senza il fidanzato attore non sarebbe mai avvenuto. Da subito ho captato una certa energia scoppiettante che attraverso una mimica degna di una cabarettista consumata mi trasmetteva quella simpatia persuasiva che sui social, ad esempio, fa terra bruciata come un vulcano in eruzione, e stavamo solo al primo appuntamento. Il vero “bang” mi è arrivato in concomitanza del suo primo testo commissionato e questo dopo averle fornito solo un brief verbale e mezza scrivania dove poggiare il suo improbabile portatile fuori misura. In 10 minuti ha tirato giù una cartella di testo con una storia totalmente inventata da divorare tutta d’un fiato, che parlava di una marca a lei totalmente sconosciuta fino a 10 minuti prima. A questo punto emoticon a raffica e si comincia a ballare passando al prossimo testo e così via.

Quello che leggerete dopo la mia introduzione Elisa lo ha scritto a seguito di una sorta di laboratorio dall’approccio comunicativo non convenzionale, fatto per un un cliente dell’agenzia. L’esperimento creativo ha visto il coinvolgimento attivo e fondamentale di una blogger e di una fotografa contattate da Elisa.

Sperimentare, giocare, comunicare: il contenuto si apre sotto ogni punto di vista

Quando ero piccola amavo correre nel prato con il mio cane, correvo a perdifiato per poi lanciarmi sull’erba fresca ancora bagnata di rugiada. Chiudevo gli occhi e lì, con un sorriso stampato sulla mia faccia da sberle, rotolavo. Giravo su me stessa così tante volte da perdere completamente il senso dell’orientamento, fino a quando l’aria non iniziava a scarseggiare nei miei polmoni e, soddisfatta, decidevo di fermarmi. Ancora a occhi chiusi, con il naso rivolto al cielo, lasciavo che la mia piccola cassa toracica si espandesse a ogni breve respiro e in quel momento iniziavo a sognare. La mia mente mi portava in posti lontani, dove le nuvole diventavano animali, i fiori cantavano e mettevano le gambe e le braccia; dove il mio cane, Peggy, riusciva tranquillamente a dialogare con me del più e del meno. Ricordo le coccinelle che mi volavano attorno, non erano lì, ma io le vedevo. La mia fantasia si è sempre confusa con la realtà a tal punto da sovrapporsi la maggior parte delle volte: non importava che gli altri non vedessero e non sentissero quello che percepivo io, il mio mondo era raggiungibile semplicemente chiudendo gli occhi ed è lì che mi sono rifugiata per anni.

Questo è stato il mio punto di partenza per il mio lavoro per Jajo, marchio al quale volevo regalare un nuovo tipo di comunicazione, un esperimento che partisse dal gioco, dalle risate, dal divertimento. Mio intento era quello di utilizzare il metodo dei bambini, quello che io stessa mettevo in pratica quando correvo nei prati con il mio cane. Nel gioco c’è una forza creativa che fa la differenza ed è semplice trovarla, basta chiudere gli occhi.

Conscia del potere della riprova sociale, ho ritenuto imprescindibile la presenza di un testimonial che potesse in qualche modo dare corpo alla mia idea e nella scelta ho tenuto conto del mio obiettivo: una comunicazione che fosse divertente e brillante, ma allo stesso tempo efficace e professionale. Mi serviva dunque un viso conosciuto, ma che mantenesse nello sguardo i sogni di un bambino, senza dimenticare che il gioco sarebbe dovuto rimanere il cuore pulsante di tutto il lavoro. Sono approdata così alla scelta finale di una fashion blogger abbastanza conosciuta a Roma, adatta per aspetto e anima al mio esperimento. Meggy, di “Impossibile fermare i battiti, aveva tutto quello che mi serviva: carattere, tenacia, innocenza e grandi sogni nel cassetto.

La collaborazione tra blogger e aziende non me la sono inventata io, sapevo benissimo che avevo tra le mani un prodotto che ormai fa tendenza sia nelle agenzie di comunicazione, che tra i like dei social network; quello che volevo fare io era renderlo mio, personalizzarlo con la mia creatività, la mia fantasia, il mio bizzarro modo di vedere il mondo. La mia comunicazione viene dal cuore e nel mio cuore c’è una piccola bambina che ha ancora tantissima voglia di giocare.

Non mi è bastato quindi mollare nelle mani di Meggy tutto il materiale offerto da Jajo, non mi è bastato nemmeno chiacchierare con questa ragazza un paio d’ore nel mio ufficio: io volevo giocare con lei, volevo essere parte del suo lavoro e pretendevo che lei fosse parte del mio. La sinergia è un potere enorme quando si parla di comunicazione ed è un valore imprescindibile in tutto il mio lavoro.

Ecco come ci siamo trovate all’alba nel Parco degli acquedotti di Roma a fare un sacco di fotografie. Non c’è stato un progetto serrato, ci siamo lasciate ispirare dalla collezione estiva di Jajo, ci siamo lasciate trasportare dal gioco e dalle risate con l’aiuto preziosissimo di Claudia Frijio, fotografa professionista. Gli elementi del mio sogno c’erano tutti: la natura, il cielo limpido con solo qualche nuvola, una luce delicata e perfetta e sorrisi, tantissimi sorrisi.
Racconto quest’esperienza già con la nostalgia, perché dopo tanti anni sono riuscita a recuperare quel senso d’abbandono che è forza motrice della mia fantasia. Ho ripescato ciò che mi serviva per rendere un prodotto di qualità un prodotto d’eccellenza. Ho voluto fortemente mantenere la mia linea scherzosa, leggera e distante anni luce dai soliti shooting dei quali ci si serve nelle presentazioni canoniche delle collezioni. Ho voluto raccontare una storia per coinvolgere, per far sognare chi guardasse le immagini.

È questo il mio marchio, il mio modo di comunicare: io racconto delle favole, delle fantasie, affinché tutto non si esaurisca nel tempo di uno scatto o nella condivisione di un contenuto. Provo, per quanto mi sia concesso dalla mia penna, a lasciare una traccia che rimanga lì a ispirare altri al loro passaggio. Questo è ciò che fa la differenza, questo è il valore aggiunto che offro e viene dal profondo del mio cuore, dove ancora vive quella bambina che corre nei prati.

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