Negli ultimi anni, la sostenibilità è diventata una priorità anche per i reparti marketing delle aziende. Ma mentre i brand si raccontano in chiave green e lanciano campagne “eco-friendly”, sorge un interrogativo che spesso resta sullo sfondo: qual è l’impronta ecologica del marketing? E quanto inquina davvero?
Spesso si associa la transizione digitale alla sostenibilità ambientale, ma la realtà è più complessa. L’infrastruttura che regge il mondo digital, dai server ai data center, dagli strumenti tecnologici ai software di gestione, consuma energia e genera emissioni. E il digital marketing non ne è esente.
Ecco perché oggi più che mai è fondamentale misurare e ridurre l’impronta ecologica delle attività di marketing, integrando consapevolezza ecologica nella strategia e nell’operatività online quotidiana.
Google e il Carbon Footprint per Google Ads
Per rispondere all’esigenza di trasparenza e misurazione di tale impronta, Google ha lanciato Carbon Footprint per Google Ads, uno strumento che permette ai professionisti del marketing di monitorare le emissioni generate dalle proprie campagne digitali.
Il tool fornisce dati dettagliati sulle emissioni di CO₂ in conformità con il Greenhouse Gas Protocol e il Global Media Sustainability Framework sviluppato da Ad Net Zero. Le piattaforme attualmente integrate includono:
- Google Ads;
- Display & Video 360;
- Search Ads 360;
- Campaign Manager 360.
Questi dati aiutano i marketer a prendere decisioni più consapevoli, ottimizzando le proprie campagne non solo in termini di performance, ma anche di sostenibilità.
Le 10 azioni raccomandate da Ad Net Zero per ridurre le emissioni del marketing
Secondo il report Ad Net Zero Action Guide to Reduce Media Greenhouse Gas Emissions, l’industria dei media può rappresentare fino al 55% delle emissioni totali di un gruppo pubblicitario. Per ridurre questo impatto, Ad Net Zero propone 10 azioni volontarie da adottare lungo tutta la filiera media:
- scegliere partner media sostenibili: creare una lista di fornitori e partner selezionati anche in base ai loro impegni ambientali;
- snellire la filiera media e tecnologica: utilizzare solo le tecnologie necessarie per limitare il consumo energetico dei server;
- ridurre, riutilizzare e ottimizzare gli asset creativi: evitare di produrre contenuti inutilizzati e puntare su riadattamenti intelligenti;
- comprimere i file e accorciare i formati digitali: file più leggeri e video più brevi generano meno emissioni;
- evitare il pre-caricamento dei contenuti: lo streaming on demand è meno impattante rispetto all’auto-play e al pre-caricamento;
- pianificare le campagne nei momenti di bassa intensità energetica: ottimizzare il flighting in base a fasce orarie e fonti energetiche più sostenibili;
- ridurre e ottimizzare l’uso dei dati: analizzare e semplificare l’utilizzo dei dati per targeting e profilazioni;
- stampati sostenibili: scegliere carta certificata FSC o PEFC e inchiostri biodegradabili per campagne offline;
- sostenibilità nell’out-of-home: preferire strutture alimentate da energie rinnovabili o realizzate con materiali rigenerativi;
- includere i dati sulle emissioni nei KPI: integrare il parametro della sostenibilità nei modelli di misurazione delle campagne.
Verso un marketing davvero sostenibile
Questa analisi rende evidente una verità scomoda: la digitalizzazione non è di per sé sostenibile, anzi può generare un nuovo tipo di inquinamento meno visibile ma concreto. Serve quindi un approccio integrato: scegliere e gestire con consapevolezza ogni fase del processo creativo e produttivo, valutando l’equilibrio tra canali digitali e tradizionali.
Noi del team di Growell crediamo che l’integrazione tra offline e online non sia solo un’opzione strategica per un marketing mix più efficace, ma una pratica operativa per un futuro più sostenibile.
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